Cristiano 的个人资料The Boulevard Of Broken ...照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
Capitolo IV - La DisillusionePassano i mesi, trascorre il campionato. A fine anno Giacomino è promosso, ma il Genoa no. C'è voluto anzi del bello e del buono per evitare di arrivare ultimi e finire in serie C. È stata un'annata balorda, gli ha spiegato il papà: si sono fatti male cinque giocatori, all'allenatore è venuto un mezzo coccolone (lo credo bene, dopo quel rigore sbagliato contro l'Ancona) e il presidente ha finito i soldi. Giacomino ha fiducia nel suo papà e così rimanda il Genoa a settembre. In effetti, alla prima di campionato, le cose sono radicalmente cambiate: il president non c'è più, è finito in gattabuia per bancarotta fraudolenta (deve avere sfasciato una banca, pensa Giacomino che non aveva mai udito quell'espressione; in più deve averci impiegato un sacco di tempo, cosa che pare sia ancora più grave, anche se chissà perché); il nuovo allenatore è Ferraris, il centravanti della stagione precedente, che a 39 anni suonati ha finalmente deciso di cambiare mestiere rimandendo tuttavia legato quella società, a quei colori che si sente addosso come una seconda pelle. Anche la squadra ha cambiato radicalmente volto: il nuovo general manager è andato a pescare nientemeno che in Guatemala sette ragazzi fortissimi, gente poco pubblicizzatam che qui da noi non conosce nessuno ma di cui presto si sentirà parlare. Il calendario ha riservato al Genoa un esordio in discesa: nel glorioso catino di Marassi scende l'Acropolis, simpatica compagine dell'entroterra lucano che ha conquistato una incredibnile quanto strameritata promozione. La lettura della loro formazione desta tenerezza: Aguzzo; Scartapecora, Zenocolò; Pincopallo Ignazio, Pincopallo Crocefisso, Saltalafrutta; Gingolbel, Calciaallasperaindio, Ripassadomani, Vincimaipiù, Cheiddiotibenedica. La Nord non ha neppure il coraggio di riservare agli avversari la consueta, sportivissima bordata di fischi riservata agli avversari all'ingresso in campo, tutt'al più ridacchia per quelle casacche a scacchi grigiobluastre indossate su pantaloni marroni. Ed ecco la formazione del Genoa, scandita dal boato della Nord: Sanchopanza; Monzon, Aguirre; Rossi, Guevara, Armando; Ruotolo (un evergreen), Veron (il fratello? Ma noo, non sono neppure parenti), Batistuta (vedi Veron), Maradona (il figlio? Non dovrebbe... E comunque è tutto sua madre), Peirò (il figlio? No no, è proprio lui: sessantasei anni portati be-nis-si-mo). La gara è un monologo, un assalto dei rossoblù che colgono pali, traverse e non segnano solo perché l'arbitro non vede che ci sono due rigori grossi come Corte Lambruschini. Poi, a cinque minuti dalla fine, Aguirre, detto "il furore di Dio" (ma ti sembra un sudamericano quello? Sarà... È biondo, pallido, l'espressione sconvolta e la barba di tre giorni, sembrerebbe un vichingo che si è appena fatto una pera, o al massimo l'attore Klaus Kinski), si avventa sul pallone che, finalmente, dopo ottantacinque minuti di noia, rimbalza nella nostra area su rinvio di Calciaallasperaindio. Con una furia mai vista, bava alla bocca e canini scoperti, Aguirre zompa sulla sfera e prende a saltarle sopra una, due, dieci volte: "Ti riduco a una pizza!" sbraita come colto da un raptus. A forza di dai e dai mette male un piede, piomba a terra con un urlo degno di Zagor e prende a contorcersi come un tarantolato, intano che la caviglia gli si gonfia come una mongolfiera. Il pallone rimane lì, in piena area, e Cheiddiotibenedica non sembra credere a tanta grazia: prova a lanciarsi in una corsetta incontro alla sfera, ma Monzon, in superb recupero, si butta sulla palla come un falco. Grinta da indio e occhi iniettati di sangue, Monzon prende a tempestarla di pugni: un gancio, destro, sinistro, jab, uppercut, diretto, intercity, come se fosse un punching-ball. Solo il fischio dell'arbitro risparmia il sicuro KO al pallone. Monzon lza le braccia al cielo e, con calma trionfale, si avvia verso la bandierina del corner, dove lo attende raggiante il suo massaggiatore. Quando un secondofischio dell'arbitro lo richiama. Il direttore di gara è furente: rosso in volto, gli sventola sotto il naso un cartellinio di uguale colore e poi, con passo perentorio, si avvia verso il dischetto bianco al centro dell'area: rigore! Ma come rigore? Arbitro! E l'arbitro spiega, a grandi gesti, che Monzon, primo: ha colpito il pallone con le mani e secondo: non si gioca a calcio senza la maglietta. Ma arbitro, era involontario... reclamano i compagni di Monzon, tutti stretti intorno alla giacchetta nera, e intanto dalla Nord si riversa sul campo una bordata di fischi seguita, non appena si capisce che l'arbitro non cambierà idea, da tre assi el gabinetto, duecentocinquanta monetine da dieci cent, un tramezzino tonnopomodoroefunghi, dodici lattine di birra, una confezione di Idrolitina, una pizza quattostagioni, un armadio quattrostagioni, infine un triciclo, scaraventato dal papà, ché tanto Giacomino ormai non ci va più. Ristabilita la calma (si dice così e nn ho mai capito perché), in un silenzio irreale e già udito, il rigorista dell'Acropolis, Aristotele Calciaallasperaindio dimostra che non sempre i cognomi ci azzeccano: il suo è un rasoterra fetente, Sanchopanza nemmeno abbozza la parata e la palla finisce nell'angolino basso. Oh gaudio: i calciatori del'Acropolis si stringono tutti intorno a Calciaallasperaindio, Gingolbel si mette a cantare che nemmeno a Natale, Zenocolò si esibisce in un balletto dondolante e un po' impacciato mentre l'allenatore, Desanctis, fa un balzo alto così, prende una craniata terrificante contro la tettoia della panchina e viene portato via in barella svenuto. Sanchopanza intanto sbuffa seccato, mentre gli tocca andare a raccogliere il pallone in fondo al sacco, e borbotta un "Guarda un po' te, anche di domenica mi fanno sgobbare, non poteva andarci un altro a prendere il pallone?". In gradinata, nel silenzio generale, Giacomino e il suo papà si guardano e non sanno che dire. Sulla guancia del bambino è comparso, imbarazzante e fastidiocso, un lacrimone. E fra i singhiozzi, disperati e inconsolabili, Giacomino trova la forza per formulare al padre una domanda destinata a rimanere senza risposta: "Ma come, papà? Ma non dovevamo vincere la Stella d'Oro?".
(liberamente tratto e trasposto da "Quelli Che Il Grifone", di Fabrizio Calzia, Fratelli Frilli Editori) Capitolo III - La Prima Volta Allo Stadio Giacomino ha compiuto sette o otto anni (a volte anche nove, c'è Giacomino e Giacomino...) e finalmente arriva per lui il grande giorno: il suo papà lo porta con sé a vedere la partita! Con un atteggiamento a metà fra l'adulto ostentato e l'invexendato perso, Giacomino si cala, già a casa, nel rituale del prepartita, che conosce a memoria avedo studiato attentamente, in tanti anni, gli atteggiamenti del papà: pranza alle 11.30, per la prima volta insieme a lui, così si arriva in tempo allo stadio. A fine pranzo suo padre prende il caffè afferrando regolarmente la tazzia con la mano destra, lui che è mancino: gli porta fortuna, dice. Lo fece la prima volta nel 195, quando aveva il braccio sinistro legato al collo dopo una caduta, e quella domenica il Genoa vinse 3-0. Da allora, la domenica, il caffè si prende così, che vuol dire sbrodolarsi mezza tazzina addosso. Giacomino, mancino pure lui (buon sangue non mente...) fa uguale: è ancora troppo piccolo per bere il caffè, così si rovescia sul maglione mezzo bicchiere di succo di frutta alla pesca. Lavàti i denti si deve fare pipì (allo stadio è un casino, gli ha spiegato il papà, nell'intervallo c'è una coda di un quarto d'ora). Poi finalmente si esce di casa. No! L'ascensore no! Si scende a piedi. Il perché è roba di domenica 18 settembre 1990: l'ascensore quel giorno non funzionava e il Genoa fece tre gol alla Roma.
Ed ecco, lo stadio: papà prende posto sempre lì, in gradinata Nord, secondo anello, ultimissima fila, proprio sotto la tettoia, ma Giacomino non ha modo di domandargli il perché: è tutto preso da un fragore bestiale, da uno sventolìo di bandiere che è uno spettacolo, da una coreografia che sembra 10.000 volte più bella dello spettacolo teatrale che fanno a scuola per fine anno. Per mezz'ora Giacomino se ne sta lì come un besugo a bocca aperta, a osservare quel prato così verde e così liscio che se ce ne fosse uno solo, e anche magari più piccolo, nel suo quartiere, allora sì che si potrebbe giocare bene a pallone. Pensieri distratti, ribaltati, sconvolti dalle squadre che entrano in campo: non si capisce più niente, la gente urla, tutto diventa rossoblù, c'è una nebbia rossa che si mescola a un'altra blu, non si vede più un tubo e Giacomino, che non scorge nemmeno più il suo papà che sta lì a mezzo metro, è un po' spaventato. Però non deve farlo vedere, lui è un ometto, ormai: papà già lo porta allo stadio...
La partita inizia e Giacomino, per diversi minuti, sembra come atterrito. Il Genoa gioca male? Sì, ma non è quello. Gli avversari giocano bene? Sì, ma non è nemmeno quello. È il suo papà! Rosso in volto da far paura, è lì che urla, sbraita e si dimena, né più né meno di tutti gli altri, intendiamoci, che sembrano proprio fuori di testa. Solo che Giacomino, il suo papà, non l'aveva mai visto così. E come parla, papà: una parolaccia dietro l'altra, molte Giacomino neppure le conosce, espressioni come "buliccio" o "gundun" intuisce siano insulti dal tono che papà usa. Altre ancora non le capisce proprio, non gli sembra mica un insulto urlare "finocchio" all'arbitro. Così prende coraggio, Giacomino. Non capisce granché, del gioco, ma non vuole deludere il suo papà: ecco il centravanti rossoblù mangiarsi un gol fatto davanti alla porta vuota (quante altre volte, figliolo, assisterai a brutture simili...). La Nord è tutta un insulto, non si può sbagliare un gol così! Prende fiato, Giacomino, poi urla con tutta la voce che ha: "Ferraris, sei un finocchio!". A quel punto il padre si volta di scatto, gli lancia uno sguardo che fulmina e... Giacomino chiude gli occhi, già si prepara al dolore del ceffone... Ma il padre si limita a lanciargli un'occhiataccia, accompagnato da un "a casa facciamo i conti".
Non facciamo un bel niente, a casa. Il papà è troppo avvilito, il Genoa ha perso 3-1, ma non ti preoccupare, Giacomino, era una partita di Coppa Italia, abbiamo giocato contro una grande squadra di serie A...
lo sa, Giacomino, che per quest'anno siamo in serie B. Ma è solo per sfortuna: il Genoa, vedrai, farà un grande campionato e torneremo subito in serie A. Abbiamo giocatori nuovi e fortissimi.
"Sì, papà. E poi, quando andiamo in serie A vinciamo la stella d'oro?".
(liberamente tratto e trasposto da "Quelli Che Il Grifone", di Fabrizio Calzia, Fratelli Frilli Editori) Capitolo II - La Scoperta Dei CuginiCol tempo che corre veloce, Giacomino impara a prendere a calci un pallone, a giocare con i suoi amichetti (magari! In realtà c'è sempre il suo papà, che insieme ai papà degli amichetti rompono le scatole e vogliono giocare anche loro) indossando la sua meravigliosa maglia rossa e blu che ancora (del resto Natale è ancora lontano) non ha la stella d'oro cucita. E gioca oggi e gioca domani, Giacomino noterà presto che qualcun altro, fra i suoi amichetti, indossa una maglia che a Giacomino piace tato: tutta a righe e di tutti i colori, quasi come la maschera di Arelcchino, che poi è la maschera preferita dai bambini. La maglia del Genoa è bellissima, però Giacomino vorrebbe indossare anche quell'altra, quella con tutti quei colori... Vorrebbe esprimere quel suo desiderio al papà, ma è un po' indeciso. Avverte, e non capisce nemmeno lui il perché, che il suo papà potrebbe offendersi, lui che ha speso tanti soldi per comprargli quella bellissima maglia rossovlù. Una sera però, il suo papà cade nella trappola: Giacomino è stato bravo per tutto il giorno e il papà gli domanda durante la cena che regalo gli piacerebbe avere per il suo compleanno, ormai vicino. Giacomino tentenna, esita, balbetta, poi alla fine si decide, in fondo che male c'è, ed esprime il suo desiderio. Non l'avesse mai fatto! Il padre strabuzza gli occhi, il cibo gli va per traverso, povero papà, che scatta in piedi e si precipita verso il lavandino della cucina mentre la mamma lo segue con apprensione e gli batte dei colpi sulla schiena. Ci vogliono un paio di minuti prima che papà torni a sedere. Ha gli occhi lucidi per lo sforzo, lo strangogion lo ha lasciato con un filo di voce, scuote la testa, il papà, ma soprattutto: suda. Poi si raschia la gola, prova a parlare e finalmente cerca di spiegarti, con tutta la calma, con tutta la dolcezza, con tutta la comprensione, con tutto l'amore di genitore che, Giacomino, quella maglia proprio no. Perché, sapessi, quella è la casacca di una squadra bruttissima e cattivissima, la peggiore nemica del nostro Genoa. Perché papà? Devi solo pensare, Giacomino, che quella maglia ha tutti quei colori perché in realtà rappresentano due squadre che si sono unite in una sola. E sai perché lo hanno fatto? Perché una delle due era arrivata ultima e doveva andare in serie B. Allora, pur di rimanere in serie A, si era messa insieme a un'altra squadra, anch'essa rivale del Genoa. Pensa che vigliacchi, Giacomino, non sanno neppure perdere.
Eppoi anche il nome di quella squadra è un paciugo; anche lì hanno messo insieme i nomi delle due squadre che c'erano prima, hanno fatto un minestrone. Prova un po' a dirlo, "S..."; non esiste, in italiano, una parola così con tre consonanti di seguito: "...mpd...". Prova un po' a pronunciarlo, Giacomino, se sei capace! Ed ecco che Giacomino dà la prima, grande soddisfazione al suo papà: di solito lo sgridano, quando fa le pernacchie, soprattutto perché sputacchia tutto in giro, ma stavolta... Giacomino sente di potere osare: sa di poter riportare il sorriso sul volto di papà, e ridacchiando se ne esce con un: "Dai, papà, lo so io come si dice, si dice Samprrrrrrr...". Il papà sgrana gli occhi, poi prorompe in una fragorosa risata. Mentre la mamma alza lo sguardo al cielo e si allontana in fretta. Ha da fare in cucina?
Alcuni padri se la cavano addirittura meglio: racconta l'attore comico Paolo Kessisoglu, figlio del Pietro già mitico presidente del Coordinamento Club Genoani, di essere nato genoano perché, comunque, suo padre gli aveva taciuto l'esistenzadi un'altra squadra a Genova. Solo in seconda elementare Paolo venne a conoscenza dei cugini. Quel giorno, a pranzo, chiese notizia di quest'altra squadra: il padre prima aggrottò le ciglia, poi, con fare saputo, gli rispose: "Non l'ho mai sentita. Sicuramente, se te ne hanno parlato, esisterà. Ma deve trattarsi senz'altro di una squadra minore, sennò la conoscerei".
(liberamente tratto e trasposto da "Quelli Che Il Grifone", di Fabrizio Calzia, Fratelli Frilli Editori) Capitolo I - Genoani Si NascePerché si nasce Genoani? I tifosi più autentici tirano in ballo il DNA, il sangue rossoblù e altre fesserie. In realtà il motivo è assai più semplice: il padre genoano deve sbrigarsi. Fin dalla culla deve iniziare la sua opera di persuasione (chiamala persuasione: di indottrinamento vero e proprio si tratta, roba che neppure certi strateghi in campagna elettorale saprebbero mettere in pratica con tanta solerzia). Ché se il figliolo tanto atteso fa tanto di arrivare all'età della ragione, addio Genoa: nessun bambino, una volta in possesso di un minimo di capacità di intendere e di volere, si sognerebbe mai di scegliere - ammesso, e tutt'altro che concesso, che il calcio di oggi lo contagi nella passione - una squadra del genere, una squadra che da quasi sessant'anni (un lasso di tempo biblico, per un bambino) vivacchia tra la serie B (quasi sempre) e serie A (quasi mai) vantando financo un paio di puntatine in C (davvero? Non ricordo. Ma sei sicuro?). Una squadra disgraziata, in cui sono sempre i migliori quelli che se ne vanno (ceduti alla Grande di Turno, che in cambio ti rifila un 3x1 di bidoni scaduti), mentre i peggiori, quelli ce li teniamo stretti (tanto se provi a rivenderli non te li prende nessuno), in cui i grossi nomi fanno cilecca (cosa c'entrerà la macaja? Se arrivi che hai 35 anni suonati - sempre che non si tratti di brasiliani dal passaporto truccato che hanno, in realtà, l'età del nonno - non puoi certo ripetere le cose che ti hanno reso grande dieci anni prima).
Genoani si nasce perché in famiglia trovi sempre chi (papà, nonno, zio) ti imbottisce di concetti che tu lì per lì non afferri: non hai ancora imparato a dire "mamma" che quel tizio che - cominci a sospettare - dovrebbe essere tuo padre prende a sventolarti sopra il lettino una sciarpetta o una maglia o una bandierina dai colori, questi sì, belli e vivaci. E intanto ti fa divertire, soride e saltella come un bambino un po' scemo, il tuo papà, intanto che intona una canzoncina: "Ge-noa/Ge-noa/Ge-noa". E poi ancora: "Genoaolè/Genoaolè/Genoagenoaolèèèè". Oppure va sul difficile, con una filastrocca del tipo: "Ungool/ ungool/ grifonefacciungoool/ conquistalavittoriaaa/ conquistalapernoiii". Dalla quiete ovattata del tuo lettino tu lo osservi con gli occhi sbarrati, e intanto cominci a capire cosa significhi "provare compassione": ché fra l'altro deve avere già i suoi anni, il tuo papà, e dimmi tu se deve farsi venire il fiatone per saltare e cantare come un deficiente. Ma lui, imperterrito, interpreterà la tua aria stranita come espressione di divertimento, e a quel punto si lancerà un gran finale ancora più gioioso, rumoroso e saltellante: "Eeeeee Doriam.../Doriadoriam...". Solo l'irruzione della mamma nella cameretta risparmierà a papà un probabile infarto e ai vicini di sotto il fastidio ("chi l'avrebbe mai detto? È sempre stata una famiglia così a modo...") di quello zompìo misterioso sopra le loro teste. E questo non è che l'inizio: all'età di tre-quattro anni, il piccolo Giacomino si ritrocerà, volente o (di sicuro) nolente, con una cameretta zeppadi ninnoli e di amuleti dai colori inconfondibili, mentre da una parete della stanza penderà - meglio se logora e ricucita più volte - una bandiera: quella bandiera, il bravo Giacomino, dovrà conservarla con grande cura. Pensa, era del papà, gliel'aveva comprata ancora il nonno Pietro nel 1968, quando lo aveva portato per la prima volta allo stadio (che partita era? Come terminò? Non azzardarti, Giacomino, a fare certe domande pensando di cogliere in fallo il tuo bravo papà: ché lui a quel punto ti sciorinerebbe, tutto inorgoglito per la sua prodigiosa memoria, un intero pomeriggio di formazioni incomprensibili, classifiche enigmatiche, numeri da circo, roba che nemmeno in un quiz a premi televisivo. Lascia perdere, Giacomino...).
Il peggio, tuttavia, povero Giacomino, è solo rimandato: non appena il papà riterrà il figliolo in grado di capirci qualcosa, abbandonerà il racconto delle classiche favole per farlo addormentare (per Giacomino non è un grande guaio: il suo papà le favole le racconta da cani) e sostituirà le fiabe con la leggenda di quella squadra fortissima, ma così forte che, pensa Giacomino, già il nonno teneva per il Genoa (no, Giacomino, non si dice "Genova" e neppure "Genua": "GE-NO-A", scandito con voce da tenore, gli occhi umidi rivolti al vuoto, la mano sul cuore). Pensaci, Giacomino: il Genoa è la squadra più anziana d'Italia (e fin qui chissenefrega, pensa Giacomino), è stata fondata dagli inglesi che hanno inventato il gioco del calcio (e anche questo chissenefrega, pensa Giacomino), abbiamo una maglia bellissima, metà rossa e metà blu (questo, Giacomino, lo ha capito da tempo, non è mica scemo). Ma la cosa più importante è che abbiamo vinto nove scudetti. Giacomino, a questo punto, comincia a farsi attento: non sa cosa voglia dire "scudetto" né sa contare fino a nove, ma ha letto sul volto del papà, nella sua voce un po' incrinata e negli occhi che si sono fatti tutti lucidi che deve trattarsi di qualcosa di importante. Il papà ha però in serbo una sorpresa, il gran finale della sua favola: perché sai cosa succede, Giacomino, se vinciamo ancora uno scudetto? Che ci danno in premio una bellissima stella, tutta d'oro. È a questo punto che Giacomino, lui non lo sa ancora, rimane fregato per il resto dei suoi giorni. Che bello! Una stella d'oro! Esclama Giacomino sfoggiando il suo sorriso da latte. Subito dopo comincia a domandare cose strane, Giacomino, sul tipo se ce la portano i Re Magi, la stella d'oro, e se poi noi la possiamo mettere sul presepe... Molto meglio, Giacomino, molto meglio, gli spiega il papà, fiero e raggiante: la stella d'oro sarà cucita su tutte le nostre maglie rosse e blu, che sono così belle, Giacomino... Ti piacciono le nostre maglie? E Giacomino annuirà felice mettendosi su un fianco; il papà gli rimboccherà le coperte e lo bacerà sulla fronte per la buona notte. Nella penombra della sua stanzetta Giacomino quella notte farà sogni d'oro, senza immaginare, povero bambino, che quel sogno si farà incubo e lo perseguiterà una vita intera. Mentre quel disgraziato di suo padre, nell'accostare la porta, rivolgerà un ultimo sguardo al suo angioletto addormentato e non riuscirà a trattenere un singhiozzo di commozione: è nato un genoano.
-continua...-
(liberamente tratto e trasposto da "Quelli Che Il Grifone", di Fabrizio Calzia, Fratelli Frilli Editori) Introduzione (Orgoglio Rossoblù)Fabrizio De André raccontava di essersi innamorato del Genoa a sette anni, un pomeriggio del 1947 quando suo padre Giuseppe lo portò a Marassi a vedere il Grande Torino di cui era acceso tifoso. Una partita senza storia: i Mazzola, i Gabetto, i Grezar, i Loik a mostrare meraviglie e i Grifoni frastornati e rassegnati. Un gol all'inizio del primo tempo, un altro alla ripresa, il terzo alla mezzora. Con De André padre ad applaudire felice.
Ma all'ottantacinquesimo il Genoa si scuote dal suo torpore: tre a uno e tutti all'assalto, un calcio di rigore ed ecco il tre a due, un altro fiero arrembaggio e la folla comincia a sperare, nell'ultimo minuto si libra sul campo il gran sabba della volontà e in extremis soltanto un palo salva il Toro dalla clamorosa rimonta. Il Genoa perde quella partita ma in cinque minuti conquista un tifoso per la vita.
Fabrizio restò per sempre dalla parte de vinti di tutto il mondo: ma anche nelle sue poesie in musica gli sconfitti e gli esclusi - puttane e indiani perseguitati, malfattori e spiriti ribelli - trovano sempre la rivincita morale sul bigotto e il moralista, sul potente e sui suoi servi corrotti.
Lo stato d'animo del genoano è quello degli spiriti ribelli di De André: lasciamoli godere, tutti gli altri, delle loro vittorie. E osserviamoli con comprensione le volte che la sorte gli diventa avversa. Ridano pure o piangano pure intorno alle piccole vicende di un pallone che rotola. Noi li guardiamo dall'alto e con distacco perché potranno vincere una partita o venticinque o mille ma hanno perso il campionato più importante: loro, il destino li ha condannati a vivere senza nemmeno immaginare che cosa significa essere genoani.
È questo ancestrale, filosofico istinto di superiorità a fare del genoano un esemplare unico: il genoano è l'unico seguace del calcio dotato della capacità di ridere e scherzare su se stesso. Diciamoci la verità: in quale parte del globo terracqueo si potrebbe riuscire a trovare un'intera generazione di tifosi in grado di sciorinare, a più di trent'anni di distanza e senza un fiato di pausa, la formazione di un campionato di serie C? La ricordiamo a chi non c'era: Lonardi; Rossetti, Ferrari; Derlin, Benini; Turone; Perotti, Maselli, Cini, Bittolo, Speggiorin.
Rileggere e mandare a memoria: è la preghiera laica del genoano vero.
(liberamente tratto e trasposto da "Quelli Che Il Grifone", di Fabrizio Calzia, Fratelli Frilli Editori)
-introduzione originale di Marco Peschiera-
|
|
|